Il discorso finale di Giobbe (28:1-31:40)

Nei capitoli 29-31, Giobbe afferma per l’ultima volta la sua innocenza da qualsiasi peccato che possa spiegare le tragedie dei capitoli 1-2. Egli invoca la forma più forte di discorso disponibile nella sua cultura, l’auto-imprecazione, ponendosi sotto la maledizione di Dio se ha effettivamente commesso uno dei peccati che elenca. In tre capitoli, Giobbe passa dal suo passato benedetto (cap. 29) alla sua attuale condizione di miseria (cap. 30) e poi a una solenne affermazione della sua innocenza (cap. 31). Dopodiché, Giobbe non ha più nulla da dire.

Prima del suo discorso finale, però, Giobbe pronuncia una riflessione poetica sulla saggezza (cap. 28). Egli afferma che la paradossale sapienza di Dio è inaccessibile tuttavia disponibile per gli esseri umani. La saggezza non implica solo un’abile e perspicace capacità decisionale, ma anche la comprensione della realtà creata e del modo in cui Dio interagisce e interviene in quella realtà. La domanda che guida il cap. 28, “Dove si può trovare la sapienza?”, è essenzialmente la domanda dell’intero libro. Il capitolo sembra quindi essere una sorta di commento alla storia di Giobbe fino a quel momento.

 

 

Dove si può trovare la saggezza? (cap. 28)

Il cap. 28 è un poema strutturato attorno a due domande (v.12, 20) e una risposta finale (v.28) attraverso cui impariamo qualcosa sulla saggezza. Qual è l’unico luogo in cui gli esseri umani possono accedere alla saggezza? In che modo questo agisce come una sorta di commento implicito al fallimento di Giobbe e dei suoi amici nel spiegare la sua sofferenza?

Il fatto che nessuno possa trovare la saggezza presente nella creazione se non presentandosi davanti a Dio con riverente devozione è di buon auspicio o di cattivo auspicio per Giobbe? Perché? È di buon auspicio o di cattivo auspicio per i suoi amici? Perché?

 

 

La difesa finale di Giobbe (cap. 29-31)

Mentre ricorda le sue benedizioni passate, qual è la prima benedizione perduta che Giobbe lamenta, in 29:2-5? Come dimostra la sua integrità e le sue priorità spirituali?

In 29:7-10, 21-25, Giobbe lamenta la perdita della sua antica reputazione. Sebbene questa possa sembrare una lamentela di poco conto, nei v. 11-17 scopriamo qualcosa di più sulla vita che svolgeva Giobbe. In che modo viveva la sua fede nella vita di tutti i giorni? In che modo Giobbe si lamenta non solo per se stesso, ma anche per come la sua tragedia ha colpito altre persone (vulnerabili)? 

Come si spiega il suo dolore per il danno alla sua reputazione in 30:1-15?

Rifletti su quanto possa essere stato preoccupante e offensivo per Giobbe aver aiutato così tanti (29:11-17) eppure subire ciò che è descrtto in 30:16-26 (notare soprattutto i vv.25-26). Sebbene la protesta di Giobbe contro l’ingiustizia di Dio sia preoccupante, in che modo passaggi come questo ci aiutano a capire perché Giobbe dice queste cose?

Secondo il cap.31, in che modo Giobbe ha vissuto la sua fede in modo pratico? In che modo camminava a stretto contatto con Dio e lavorava per la giustizia con il suo prossimo? Quali passi pratici possiamo fare noi oggi per imitare la fede e la pratica di Giobbe?

Rifletti sul grido di Giobbe in 31:6: “Che Dio conosca la mia integrità!”. Qual è il desiderio più profondo di Giobbe, che guida tutte le sue affermazioni di innocenza, anche quando queste affermazioni appaiono proteste contro la presunta ingiustizia di Dio?

 

 

Approfondimenti teologici

 

IL DESIDERIO DI GIOBBE: ESSERE A POSTO CON DIO. Sorprendentemente, in nessuno dei suoi discorsi Giobbe chiede di tornare alla vita benedetta di cui godeva all’inizio del libro. Mentre soffre per ciò che (erroneamente ma comprensibilmente) pensa sia l’ira di Dio, il suo desiderio più profondo è quello di essere di nuovo a posto con Dio (31:6), di sperimentare e riposare nell’amicizia di Dio (29:4). Giobbe dà chiaramente più valore a questa relazione che alla sua salute, alla sua reputazione e persino alla sua famiglia. Anche quando Giobbe inveisce contro quello che considera il trattamento ingiusto di Dio nei suoi confronti, il desiderio che anima la sua protesta è buono. Alla fine del libro, il Signore vendicherà Giobbe e lo abbraccerà di nuovo in amicizia, la benedizione più profonda di cui Giobbe possa godere.

 

GESÙ, IL DIFENSORE DEI MISERI. Come si dirà più avanti, la fede di Giobbe si è espressa in buone potenti e costose azioni. Nella preoccupazione di Giobbe per la vedova e l’orfano, egli prefigura Gesù Cristo, che ha eseguito la giustizia divina come Giobbe non avrebbe mai potuto fare (Isaia 42:1-4), arrivando persino a prendere il posto più basso di tutti (Filippesi 2:5-11) e a farsi mendicante per arricchire ciascuno di noi (2 Corinzi 8:9). Così i cristiani, in risposta, sono chiamati a esprimere l’amore e la grazia di Dio in Cristo alle vedove e agli orfani che incontrano (e in generale alle persone vulnerabili).

 

IL VALORE DI UN BUON NOME. La buona reputazione con gli altri non deve essere valutata al di sopra della buona reputazione con Dio, e i cristiani sono avvertiti di non aspettarsi lodi dal mondo (Gv 15,18; 1 Cor 4,13). Tuttavia, la letteratura sapienziale dell’Antico Testamento parla del valore di una buona reputazione (Prov. 22:18; Eccles. 7:1) e del pericolo di ferire gli altri con la nostra parola (Prov. 10:18). La reputazione perduta di Giobbe non era il suo dolore più profondo, ma era una parte di esso. Mentre ascoltiamo Giobbe che si lamenta di come tutti si siano coalizzati contro di lui in una sorta di frenesia alimentare (Giobbe 30,1-15), è opportuno riflettere su come possiamo difenderci l’un l’altro attraverso i nostri discorsi, in modo che coloro che imitano la pietà di Giobbe e soffrono come lui non siano mai diffamati e maltrattati, ma piuttosto onorati.

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